Turbativa-dasta-vendita-san-siro-Inter-e-Milan

 

La vendita dello stadio di San Siro non è stata una normale operazione pubblica. È stata una procedura
in cui l’esito sembrava già deciso: Inter e Milan acquistano, il Comune incassa, e il cosiddetto “bando pubblico” resta poco più che una formalità.
Nel frattempo, però, la Procura di Milano ha iniziato a esaminare da vicino come si è arrivati a quel risultato. E quello che emerge non è un semplice iter amministrativo, ma una sequenza di passaggi che solleva più di un dubbio sulla reale trasparenza dell’operazione.

 

Le origini: Gli esposti del comitato Sì Meazza

Il filone giudiziario sullo stadio è stato aperto dopo una serie di esposti arrivati in Procura, tra cui quello firmato dall’ex vicesindaco Luigi Corbani e dal promoter musicale Claudio Trotta, tra i fondatori del comitato Sì Meazza. I pm stanno cercando di verificare se la vendita dello stadio ai due club, per un totale di 197 milioni di euro incassati dal Comune, può aver favorito gli interessi privati a scapito di quelli pubblici. Il sospetto è che sia stata “usata” la legge sugli stadi per sostenere il progetto di urbanizzazione dell’area e quindi di determinate società costruttrici.

La trama: nove indagati e un copione già scritto

Secondo quanto emerso dalle inchieste riportate da Il Fatto Quotidiano e MilanoToday, il copione è piuttosto chiaro: nove indagati, perquisizioni tra Palazzo Marino e le sedi legate ai club, accuse pesanti come macigni — turbativa d’asta e rivelazione di segreto d’ufficio.

Tra i protagonisti:

  • gli ex assessori Giancarlo Tancredi e Ada Lucia De Cesaris
  • il direttore generale del Comune Christian Malangone
  • la funzionaria chiave Simona Collarini
  • consulenti e manager orbitanti attorno a Inter e Milan come Fabrizio Grena, Marta Spaini, Alessandro Antonello, Mark Van Huukslot e Giuseppe Bonomi

Il tutto sotto la regia investigativa dei pm Giovanna Cavalleri, Paolo Filippini e Giovanni Polizzi.

Un cast numeroso per quella che, ufficialmente, doveva essere una semplice operazione amministrativa.

Il sospetto: il bando “pubblico” cucito su misura

Il punto centrale dell’indagine è tanto semplice quanto imbarazzante: il bando pubblico per la vendita di San Siro potrebbe essere stato costruito su misura per Inter e Milan.

Non un incidente di percorso, ma — secondo l’accusa — il risultato di:

  • scambi di mail e chat
  • bozze di delibere condivise prima dell’approvazione
  • interlocuzioni “informali” tra pubblico e privato

Tradotto: mentre il Comune scriveva le regole, i potenziali acquirenti le leggevano… e forse le correggevano.

Il risultato?

Un avviso pubblico aperto per appena 30 giorni, andato deserto. Nessun concorrente. Nessuna alternativa.

E a quel punto, come per magia, gli unici offerenti — Inter e Milan — diventano anche gli acquirenti.

Una gara perfetta. Per chi l’ha vinta prima ancora di giocarla.

La fretta: correre contro il vincolo (e contro il tempo)

Come ogni buon thriller amministrativo, c’è anche una scadenza cruciale: il 10 novembre 2025.

Dopo quella data, lo stadio avrebbe potuto essere sottoposto a vincolo culturale, rendendo impossibile la demolizione (e quindi molto meno redditizia l’operazione).

Risultato?
Una corsa contro il tempo:

  • 30 settembre 2025: approvazione in Consiglio comunale
  • 5 novembre 2025: firma del rogito

Tutto perfettamente nei tempi. Quelli giusti per evitare problemi.

Il prezzo e il contorno: 197 milioni e qualche “aggiustamento”

Il valore dell’operazione? 197 milioni di euro per stadio e aree circostanti.

Ma il dettaglio interessante non è il prezzo. È come ci si arriva:

  • scomputi su lavori (come il tunnel Patroclo)
  • oneri ridotti
  • costi redistribuiti

Un’operazione che, secondo l’accusa, potrebbe aver favorito il privato a scapito dell’interesse pubblico.

E infatti il sospetto della Procura è proprio questo: non una vendita, ma una trasformazione urbanistica mascherata, sostenuta dalla cosiddetta Legge Stadi.

Le voci fuori dal coro (ignorate)

Non sono mancati gli avvertimenti.

L’architetto Stefano Boeri, già nel 2019 dopo che il suo progetto “stadio-bosco” non era stato apprezzato , scriveva al sindaco Giuseppe Sala parlando di un “grave precedente”, denunciando il rischio di sostituire l’interesse pubblico con quello privato.

Anche il promoter Claudio Trotta, tra i promotori del comitato “Sì Meazza”, ha rinunciato a partecipare al bando: troppo breve, troppo squilibrato, troppo… già deciso.

Ma evidentemente erano dettagli.

Il finale politico: il “comandino” e la catena di comando

E poi c’è la politica. Quella vera.

Perché alla fine, il voto decisivo del Consiglio comunale del 30 settembre 2025 non è arrivato per caso.

Il sindaco Giuseppe Sala, che si era definito con disarmante sincerità un po’ “comandino”, ha avuto una filiera di esecuzione impeccabile:

  • prima il capogruppo Filippo Barberis
  • poi Beatrice Luigia Elena Uguccioni

Entrambi impegnati a trasmettere ai consiglieri del Partito Democratico un messaggio semplice: seguire la linea.

E la linea è stata seguita. Quasi da tutti.

Con alcune eccezioni che meritano di essere ricordate:

  • Enrico Fedrighini
  • Alessandro Giungi
  • Carlo Monguzzi

Tra i pochi a non allinearsi a un’operazione che, oggi, appare sempre meno come una scelta pubblica e sempre più come un favore privato.

Conclusione: pubblico spettatore, privato protagonista

Alla fine, la domanda resta una sola:

San Siro è stato venduto… o assegnato?

Perché, se le accuse dovessero trovare conferma, non saremmo di fronte a una semplice operazione urbanistica, ma a qualcosa di più sofisticato e più preoccupante:

una procedura pubblica usata per legittimare una decisione già presa altrove.

E in questa storia, il vero assente — ancora una volta — è proprio lui: l’interesse dei cittadini.

 

 

Milano 02 Aprile 2026

 

 

 

 

Alberto Beolchi (Web Master)

 

 

 

 

 

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